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Benvenuti in Lidenbrock!

Questo sito sta per chiudere. In futuro, si spera, riaprirà in nuova veste. 
Tutti i contenuti saranno trasportati sul mio sito personale www.marioiannaccone.com. 

Purtroppo l'ho trascurato per alcuni mesi e l'ho trovato investito da una valanga impressionante di spam che tecnicamente è ora difficile da rimuovere perché ci vorrebbe troppo tempo. 


Jack Kerouac, icona riluttante
Tuesday, 08 January @ 08:44:00 CET di Arcadelt (5255 letture)
Cinema e immaginario Il nome di Jack Kerouac (1922-1969) è spesso associato alla storia del movimento psichedelico. Questa associazione però appare abusiva se non esagerata. O per lo meno va chiarita. Kerouac fu uno degli esponenti principali dei Beat assieme ad Allen Ginsberg, William Burroughs e altri. Ma, a differenza di questi due, sempre impegnati a compiere esperimenti con gli allucinogeni, non fu mai un sostenitore degli effetti creativi di queste sostanze. Fondamentalmente Kerouac era dipendente dall’alcool. Quando morì, ancora giovane, di cirrosi epatica non riusciva a smettere di bere nonostante le condizioni sempre più compromesse della sua salute. Ma la sua stagione creativa, fu legata alle anfetamine e alla metedrina.
L’LSD gli fu somministrato da Timothy Leary, come estremo e disperato rimedio terapeutico contro l'alcolismo (l'LSD era sperimentato contro le dipendenze negli anni Cinquanta e Sessanta), ma l'esperienza non gli piacque, al punto che avrebbe dichiarato più tardi di considerare quella sostanza lo strumento di un complotto comunista per distruggere la gioventù americana. L'avversione per l'LSD lo accomunò a Burroughs che era stato sin dagli anni Cinquanta uno sperimentatore avventuroso, per non dire spericolato, delle sostanze meno conosciute, come il vino di yagé, per il quale aveva fatto un viaggio pericoloso in Bolivia nel 1953.

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"Storia e Destino", di Aldo Schiavone ("Avvenire", 10/2007)
Saturday, 24 November @ 16:41:08 CET di Arcadelt (5506 letture)
Libri e studiStoria e destino "La Storia lo vuole!" gridava Lukács. Pare di sentir risuonare, stentoreo, l’eco di quel grido nel pamphlet di Aldo Schiavone, Storia e Destino (Einaudi, 2007), che incrocia l’idolatria della Storia – tratto significativo della cultura marxiana – all’esaltazione transumanista della tecnica. L’autore prende a prestito dal futurologo Kurzweil il concetto di Singolarità, vale a dire l’ipotesi che arriverà un momento in cui le innovazioni tecnologiche accelereranno in modo esponenziale ponendoci di fronte a possibilità illimitate di manipolazione del nostro patrimonio biologico. E discute la possibilità che dopo milioni di anni di selezione evolutiva potremmo essere vicini al punto zero in cui il rapporto fra noi e la natura s’invertirà. Quando ciò accadrà – esulta Schiavone in uno slancio futurista – potremo "saltare in un vuoto abbagliante", oltre la specie, oltre l’umano. Certo – ammette – non tutti saranno felici di un futuro in cui, "liberi dalla natura", potremo riplasmare il nostro corpo, spostare la nostra coscienza su supporti removibili, conservare post mortem le funzioni di un individuo, il suo pensiero, la sua personalità, entro strutture biotech. Un futuro in cui – Schiavone lo auspica con un sospiro di sollievo – la famiglia finalmente sarà eliminata, i bambini affidati ad "un più adeguato modello solidale", la differenza fra i sessi abbandonata, l’abisso fra uomo e animale smussato. Purtroppo, lamenta, vi sono sacche di resistenza, i "tecnòfobi" che temono queste “meraviglie” come una barbarie foriera di sofferenze indicibili. Ma essi debbono adeguarsi al passo dell’avanguardia rivoluzionaria. E avverte: s’adegui anche la Chiesa che troppo vigila sui limiti, sulla nascita e la morte. Ceda una buona volta il proprio potere, si pieghi alla volontà della Storia, anche perché, – insinua implacabile – "è per se stessa che si batte, innanzitutto, la Chiesa". Per il Potere. E anche se fosse sincera, nella sua falsa coscienza, la sua lotta per custodire invalicabili limiti metafisici è insensata, perché tali limiti, semplicemente, "non esistono". Non esistono perché l’uomo è il culmine della serie infinita di eventi fortuiti, figlio del Caso, e della sua somma, la Storia.

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E Merlino lo scozzese ora marcia su Londra
Sunday, 28 October @ 14:15:39 CET di arcadelt (5784 letture)
Storia della cultura La notizia arriva dalla Scozia: sarebbe stata svelata la vera identità del mago Merlino. Nel libro Finding Merlin: the Truth behind the Legend («Cercando Merlino: la verità oltre la leggenda») Adam Ardrey sostiene che Merlino non fu un inglese o un gallese, come si è sempre pensato, ma uno scozzese, abitante dell'antica Glasgow. E che non fu un mago ma un colto e benestante signore, un «politico» per la precisione, cognato di un re scozzese. Possedeva una grande casa dove visse tra il 600 e il 618, prima di essere assassinato, e fu sepolto vicino a Dunipace. Lontanissimo, il banale e quieto Merlino di Ardrey, da quello di Goffredo di Monmouth che per primo lo ritrasse nel XII secolo facendone una creatura strana, un profeta nato da un dèmone incubo e da una cristiana, che aiutò l'inglese Artù a scacciare i sassoni invasori. Ma Ardrey pensa sia giunto il momento di stracciare un'immagine oleografica e falsa e addita persino il punto esatto in cui Merlino trascorse i suoi giorni: l'attuale Ardery Street a Glasgow, oggi una caratteristica strada con le case di mattoni rossi. Lì dimorò con la moglie Gwendoline occupandosi di faccende politiche e lasciando cospicua discendenza. Ma le rivelazioni non si fermano qui: l'autore sostiene che la sua famiglia è legata a quella di Merlino, prova ne è che il suo nome è quasi identico a quello del luogo in cui il personaggio visse. Lasciamo valutare agli storici se le ipotesi di Adam Ardrey abbiano qualche fondamento. Tuttavia, molti dettagli della faccenda fanno pensare più ad un sagace colpo di marketing storico-nazionalistico che a una scoperta storica.

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Transumanismo di M. Iannaccone
Monday, 16 July @ 16:25:19 CEST di Arcadelt (864 letture)
Storia della cultura 

Parla di mutanti, chimere, commistioni fra umano ed elettronico. Perora la causa della clonazione, terapeutica e non. Sogna applicazioni tecnologiche per per l'aumento artificiale delle potenzialità cognitive. È il transumanismo (o transumanesimo), un movimento libertario radicale formato da scienziati, giuristi, filosofi e attivisti dei diritti civili che intende preparare l'opinione pubblica all'«inevitabile» applicazione all'uomo di tecniche capaci di modificare le caratteristiche che associamo all'umanità.
La World Transhumanist Association, principale associazione del transumanismo, fu fondata nel 1998 dall'inglese Nick Bostrom, direttore del Future of Humanity Institute presso l'Università di Oxford, e dal filosofo inglese David Pearce, autore di uno dei testi di riferimento del libertarismo tecnologico, The Hedonistic Imperative. All'inizio erano circondati da incredulità, racconta Bostrom, ma in meno di dieci anni tutto è cambiato: al congresso mondiale «Transvision», che si è concluso a Chicago nei giorni scorsi, i transumanisti non si sono chiesti se certe tecnologie esisteranno ma come andranno applicate. Prendiamo uno degli scopi di questa corrente di pensiero: la «progettazione del paradiso», reso talvolta con l'espressione neutrale «miglioramento del benessere emozionale». Parrebbe un intento benefico e addirittura innocuo. Nella pubblicistica della fondazione inglese Btlc Research - la cui missione è diffondere il verbo transumanista - troviamo spiegato il suo vero significato: «gioia perpetua» indotta chimicamente da droghe in grado di produrre «livelli di benessere estatico» che vanno «oltre i limiti della normale esperienza umana». Ne parlava già Timothy Leary, il guru dell'età psichedelica, tra gli ispiratori del transumanismo assieme a Nietzsche, Huxley, Ayn Rand e Richard Dawkins. Oggi la chimica dell'estasi, leggiamo, è una realtà, «una rigorosa disciplina accademica e una matura scienza applicata». Nei testi transumanisti si legge inoltre che presto si potrà allungare drasticamente la vita umana nell'attesa di scoprire il segreto dell'immortalità; che i bambini dovranno essere progettati; che l'uomo ha il dovere di autotrascendersi come specie, ora che i segreti del genoma sono a portata di mano; che elettronica, nanotecnologie e soprattutto ingegneria genetica renderanno l'umanità attuale del tutto obsoleta. Stiamo per essere introdotti, dunque, alla post-umanità, all'«umano post-darwiniano» potenziato da impianti neuronali, organi artificiali, genoma manipolato. L'uomo insomma sarebbe in procinto «di guidare la propria evoluzione». Quali sarebbero gli unici ostacoli al coraggioso mondo nuovo? La «tecnofobia» e il «tecnoluddismo», figli del monoteismo. Salutiamo dunque le straordinarie mutazioni prossime e venture, incoraggia Bostrom, e liberiamoci d'ogni vecchiume etico e religioso perché ciò che oggi appare utopia domani sarà banale normalità. Francis Fukuyama non era nel torto quando nel 2003 definì questa corrente libertaria, in prospettiva, come una grave minaccia per l'umanità. La posta in gioco sono le essenziali caratteristiche umane: la nascita come evento naturale, la morte come fine della vita, la coscienza come unione fra corpo e anima, il corpo come progetto naturale. David Pearce sostiene che oggi sarebbe già possibile «sradicare la sofferenza da ogni vita senziente» ed «eliminare il liquido armamentario del nostro passato evolutivo». Per tali pensatori prima di tutto viene la volontà di potenza: l'uomo è destinato a trascendersi anche nella carne, perché tale destino gli è imposto dall'intelligenza. Dopo un periodo di dubbi, lo scientismo libertario torna a radicarsi con tenacia nelle università e nei laboratori della ricerca scientifica come «coraggio laico», libertà di ricerca e di applicazione, difesa dell'eugenetica «buona», punta avanzata della battaglia per le libertà laiche contro «l'oscurantismo monoteistico».

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Maghi e filosofi, che confusione di. M. Iannaccone
Wednesday, 11 July @ 19:30:38 CEST di Arcadelt (4774 letture)
Libri e studi

Tradizione ermetica e rivoluzione scientifica.
Uno studio di Paolo Rossi, “Il tempo dei maghi”.
Isaac Newton dedicò più tempo a studiare l’alchimia che la fisica. Keplero formulava immaginose teorie metafisiche e poi cercava dati a conferma. Giordano Bruno, fatto eroe del pensiero moderno, ha compilato una vasta opera magica per nulla “moderna”. Sono soltanto alcuni esempi che illustrano gli ambigui rapporti fra rivoluzione scientifica e tradizione ermetica. Su questo argomento è tornato a fare sentire la sua autorevole voce Paolo Rossi ne “Il tempo dei maghi. Rinascimento e modernità” (Cortina, € 22,50) libro che è anche un articolato dialogo con altri studiosi che si sono interessati al tema, come Paola Zambelli e Francis Yates. L’autore vanta una lunga stagione di studio sulla storia della scienza, ed è fra i più qualificati indagatori dei paradossi del “doppio” pensiero del Rinascimento, e degli abbagli che provoca quando si giudica “scienziato” un pensatore che si esprime con categorie magiche. Càpita così che intellettuali e filosofi “colti e attenti” affermino che fra scienza e magia “non vi sia mutua esclusione” (qui la polemica pare “ad personam”). Ma Giordano Bruno, ad esempio, si muoveva all’interno di un mondo simbolico che non è il nostro, e certe sue dimostrazioni possono essere scambiate per “modernissime”, mentre non lo sono. L’abbaglio è facile e le conseguenze non trascurabili, soprattutto quando infuriano bufere d’irrazionalismo. L’autore non vuole sminuire la scoperta della corrente d’ermetismo nel periodo di nascita della scienza moderna, ma tentare di “inglobarla in una prospettiva più ampia, combattere il suo carattere di moda…soprattutto impedire che, sulla strada di quella scoperta…traggano nuove energie il magismo e il rifiuto della scienza così largamente presenti nel mondo contemporaneo”. Perché “alla natura si comanda solo obbedendo ad essa. Nella natura è presente un ordine…e la sua comprensione richiede una preliminare riforma dell’intelletto. Né Bruno né mai nessun mago accettò l’esistenza di questo limite invalicabile. Da sempre la magia ha a che fare con miracoli, con cose inaudite e stupefacenti…da sempre si incarna in uomini che pensano a se stessi come tre volte uomini o ritengono di essere (come Bruno riteneva) messaggeri celesti…capaci di librarsi in alto…lasciando attoniti i semiuomini o i comuni mortali (come Bruno ancora riteneva)”.

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Se Newton finisce nel "Codice da Vinci" di M. Iannaccone
Wednesday, 27 June @ 10:13:18 CEST di Arcadelt (311 letture)
Esopop e teorie della cospirazione



“I segreti di Newton” (Newton’s Secrets) è il suggestivo titolo scelto per la mostra aperta in questi giorni presso la Biblioteca Nazionale e Universitaria Ebraica (JNUL) di Gerusalemme. I titoli dei grandi quotidiani nazionali sembrano preoccupati, persino allarmati: “Il segreto di Newton: dal 2060 possibile la fine del mondo”, titola il “Corriere”. Inquietante pure la scelta di “Repubblica” per l’articolo firmato da Alberto Stabile: “I calcoli di Newton: l’Apocalisse nel 2060”. Niente paura, però, qui non si tratta di calcoli scientifici ma di pura numerologia cabalistica. La data apocalittica – peraltro riferita alla rivelazione degli ultimi tempi e non alla “fine del mondo” – si ritrova in un documento manoscritto del 1704, già conosciuto, ed esposto nella mostra di Gerusalemme. La cifra 2060 viene ottenuta aggiungendo 1260 anni alla data dell’incoronazione di Carlo Magno in base all’interpretazione di un passo del Libro di Daniele. La scoperta di un volto inedito e sorprendente di Newton? Niente affatto.

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Ignazio di Loyola e l'arte della memoria di M. Iannaccone
Monday, 25 June @ 10:48:07 CEST di Arcadelt (5806 letture)
Storia della cultura



L’Arte della Memoria, oggi caduta pressoché nell’oblio, è una pratica mentale e spirituale che un tempo godeva di un altissimo credito, che veniva insegnata da maestri pagatissimi e ricercati, e alla quale si dedicavano trattati ponderosi. Insegnava a disciplinare la memoria e l’immaginazione con il fine di potenziare le capacità di ragionamento, perfezionare l’oratoria, affinare l’orazione mentale. Nel tardo medioevo divenne un’ancella della magia naturale ma fu assorbita anche da certe pratiche di orazione mentale. Si pensava che ciò che veniva immaginato “impregnasse” il praticante e agisse su di lui, nel bene o nel male. Giordano Bruno praticò l’Arte della Memoria con spregiudicata libertà, e perciò trovò sempre protettori e discepoli paganti. Ma è poco noto che l’innovazione più nuova ed inattesa, a tal proposito, è da ascriversi ad un grande santo della Cristianità: Ignazio di Loyola. In quel manualetto mistagogico noto come Exercitia Spiritualia, Ignazio combinò i metodi dell’Arte della Memoria con vari stili di meditazione e contemplazione. L’operetta ignaziana, “piccola per mole, ma immensa per spirito” insegna una metodica per re-immaginare la storia della salvezza e a farsi ad essa “presente”, come testimone prossimo. Con un’innovazione inaudita, Ignazio sperimentò prima su se stesso e quindi insegnò ad altri, un’arte dell’immaginazione che allenasse a vedere Gesù con i “cinque sensi immaginali”. Sconcertanti le somiglianze con certe pratiche insegnate da Giordano Bruno, Giulio Camillo e altri demiurghi dell’immaginazione. Ma è significativa la totale differenza d’intenti. Dove Ignazio “cristianizzava”, dove piegava le potenze d’immaginazione e memoria per convertire e avvicinare l’uomo a Dio, altri sognavano di dominare la natura.

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Dopo Marx il gender: storia riscritta
Wednesday, 13 June @ 20:44:02 CEST di Arcadelt (2757 letture)
Storia della cultura

La teoria dell’identità di genere sostiene che l’essere umano sia fondamentalmente bisessuale. All’identità sessuale antepone il genere (gender), prodotto culturale frutto di un’azione continua che meglio definirebbe la libertà dell’individuo. L’identità di genere è più fluida di quella sessuale, che viene stabilita dalla biologia e completata dall’educazione. Quando le categorie del “maschile” e del “femminile” vengono concepite come costruzioni culturali, l’individuo può associarle al corpo con maggiore libertà. Dale O’Leary in Maschi o femmine? La guerra del genere (Rubbettino) ci racconta quanto l’ideologia di genere sia penetrata negli uffici di grandi istituzioni e ONG e quanto ne condizioni l’agenda. Desta altrettanta impressione però accorgersi quanto si sia insinuata nei cataloghi di editori di grande prestigio sull’onda della moda degli “studi di genere”. Prendiamo, ad esempio, la collana di studi sul Medioevo “New Middle Ages” del prestigioso editore Palgrave MacMillan: quel “new” posto nel titolo di collana non è un caso. Quasi tutti i testi ospitati partono dall’assunto che i ruoli sessuali di mogli e mariti, cavalieri e dame, religiosi e suore siano costruzioni culturali poco influenzate dal sesso biologico. Il femminile e il maschile non sono più “dati” ma approdi precari, sottoposti ad una continua negoziazione, e i ruoli assumono una fluidità dall’aspetto del tutto moderno. Il matrimonio diventa una “costruzione” ideologica, soggetta in potenza a trasformazioni radicali; il monachesimo una “negoziazione d’identità” nei confronti di una concezione falsa in partenza: quella di un Dio rappresentato con tratti “maschili”. Quando si proietta l’ombra di un’ideologia così evidentemente moderna sul passato è però facile trovarsi di fronte all’impasse di personaggi o testi dove i ruoli sessuali sono così chiaramente definiti da metterla in crisi. Ecco allora il ricorso frequente (e assai furbo) al “non detto”, all’interpretazione del “testo assente”, all’individuazione delle cosiddette “strategie del desiderio”: quando il testo, il fatto, il personaggio non sono utili allo studio di genere ecco che s’individua un testo assente che produce il “senso” ricercato.

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Enigma della Maddalena. Recensione di M. A. Iannaccone
Sunday, 13 May @ 19:48:49 CEST di Arcadelt (3464 letture)
Esopop recensioni Presentando L’enigma della Maddalena (Sperling e Kupfer), il curatore Dan Burstein promette: "questo libro è stato scritto per aiutare il lettore a scrostare i tanti successivi strati di pittura che hanno finito per oscurare la fondamentale importanza laica e religiosa della Maddalena". Proposito lodevole, ma l’effetto finale è una ulteriore ridipintura della figura della donna di Magdala con i colori squillanti della vernice spray. Una figura improbabile e roboante: maga, sacerdotessa, capopopolo, messia. Il libro colleziona una trentina di interventi di peso e valore estremamente diseguale. Una ventina di voci del femminismo radicale americano, (quello che, per intenderci, propone il rimpiazzo delle figure di Paolo e Pietro con la Maddalena e il “femminino sacro ”), alcuni biblisti coinvolti in operazioni di grande successo ma di ambiguo valore scientifico (come, ad esempio Elaine Pagels, Bart Ehrman o Marvin Mayer, l’editore del Vangelo di Giuda), per finire con il solito campionario di cercatori di tesori, adoratori dei templari, maniaci dei segreti del Priorato di Sion. Nel complesso, il lettore poco esperto uscirà dalla lettura di questo libro come da un pomeriggio passato sulle montagne russe. Qualche voce autorevole non manca, messa forse a controbilanciare una rassegna che si vorrebbe “imparziale”, e che imparziale non è: Susan Haskins, autrice di un bel libro sulla figura della Maddalena nella storia, Mary Magdalen: myth and metaphor, (spesso i libri migliori sono gli ultimi a trovare la via della traduzione), e il povero Philp Jenkins, brillante storico, qui posto in imbarazzante compagnia con vamp della letteratura misterica come Margaret Starbird o Lisa Bellevie. I curatori de L’enigma della Maddalena specificano d’essere esperti di nanotecnologie ed economia, convertiti allo studio della storia religiosa dall’“apparizione” di Dan Brown. Non c’era bisogno di sottolinearlo.

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Il Graal e la sindrome della tradizione occulta di M. Iannaccone
Wednesday, 02 May @ 09:00:00 CEST di Arcadelt (5987 letture)
Libri e studi


Il Graal e la sindrome della tradizione occulta Commento all’edizione integrale de Il libro del Graal di Robert de Boron

Un’interpretazione ésotérisant I testi più famosi del corpus di opere dedicate al Graal sono stati scritti dal francese Chrétien de Troyes, alla fine del XII secolo, e dal tedesco Wolfram von Eschenbach attorno al 1240. Gli autori appartenevano entrambi al mondo cavalleresco, così come il borgognone Robert de Boron, che si dedicò a questo soggetto agli inizi del XIII secolo, e a cui sono attribuiti un’opera esistente sia in versi che in prosa, il Giuseppe d’Arimatea; una in prosa e parzialmente in versi, il Merlino; e infine una prosa, Perceval. Complessivamente, questi testi – collegati in una trilogia dalla tradizione manoscritta –, sono conosciuti come Il libro del Graal. Del Libro del Graal esce per i tipi di Adelphi la prima traduzione completa in volume unico con la curatela e la traduzione di Francesco Zambon. Si tratta di un’operazione raffinata, filologicamente accorta – il curatore insegna filologia romanza all’Università di Trento – ma anche sottilmente fuorviante, che segna un precedente nella tradizione di studi dedicati al tema. Difatti, se è vero che i libri "sul Graal" sono oggi frequentati da scrittori amateur che amano pasticciare coi testi, torchiarli fino a ricavarne un vino mistico, invariabilmente "esoterico", fino ad oggi sono mancati avvalli autorevoli alle interpretazioni ésotérisant del tema, soprattutto in Italia. Anche il miglior testo divulgativo dedicato a questo soggetto e fondato sulla letteratura scientifica, Graal di Richard Barber, lascia pochi spazi all’immaginazione. È per questo motivo che il reseau dell’esoterismo popolare si gioverà della traduzione e dell’interpretazione di Zambon, cui potrebbe spettare un ruolo di mediazione fra mondo accademico e letteratura di genere, simile a quello di Elaine Pagels per l’ambito antichistico.
Nota: Fonte “Studi Cattolici”, n. 539, gennaio (2006), pp. 4-11

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