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La nuova morte – seconda parte

In tempi recenti si è imposta nella popular culture una vistosa, imponente, produzione di film, fumetti, telefilm e videogiochi, riguardanti storie di morti che vivono una resurrezione terribile e carnale: i non morti, i resuscitati (vengono chiamati in vari modi), gli zombi. Questi sono persone colpite da una violenta infezione, in genere per trasmissione diretta, che muoiono, passano una fase intermedia quieta breve o brevissima e poi riaprono gli occhi (spesso con un respiro profondo: il primo respiro di una nuova, terribile vita). Sono trasformati in mostri, le loro fattezze sono sconvolte. Ogni traccia di morte serena si cancella. Sono esseri disperati e spesso urlanti, sembrano soffrire terribilmente e sono guidati dall’impulso feroce a cibarsi di carne specialmente di cervelli e di divorare interiora. Dopo una breve quiescenza – ma nel cinema e nei fumetti non sono “mai morti” – la serialità televisiva li ha “fatti risorgere” ancora più numerosi.

I morti feroci: gli zombi

La loro nascita ufficiale avviene nel 1968 – anno in cui eruppe una rivoluzione culturale ormai matura, che da tempo covava –, viene distribuito nei cinema americani e poi europei Night of the Living Dead, un mediometraggio a basso costo, nel quale appaiono per la prima volta i morti cannibali che vengono resuscitati da un virus misterioso. Qui escono letteralmente dalle tombe: i primi testimoni sono una coppietta che passeggia e vede delle mani uscire dalla terra di un cimitero. Il regista George A. Romero (1940-2017) dirigerà altri film sul tema dei morti cannibali resuscitati da un virus misterioso. Non li chiama “zombie”. Il nome veniva dal destino di quegli sventurati che venivano drogati e, ritualmente, seppelliti e ritirati fuori per essere prede degli stregoni. Gli stregoni che si riteneva fossero capaci di ciò, maghi neri del voodoo haitiano, erano già apparsi nella produzione cinematografica noir precedente sin dagli anni Quaranta, come nel film I Walked with a Zombie (1943) di Jacques Tournier. I moderni non morti, detti zombie anch’essi, sono una massa infettata da un virus, un virus che li anima anche quando sono morti e in putrefazione. Romero fondò i canoni, per così dire estetici, di questo sottogenere destinato a diventare importante nell’immaginario horror: i morti viventi muoiono soltanto se viene distrutto il loro cervello, non sono vivi, sono “animati”; sono lenti e sembrano cadaveri.

Zombi dall’omonimo videogioco

Non sempre, però, sono lenti. Dan O’Bannon (1946-2009), il creatore, assieme a Ridley Scott, regista di Alien (1979) e di molti altri film iconici della seconda metà del XX secolo, scrisse e diresse nel 1986 The Return of the Living Dead, il secondo lungometraggio da lui diretto sul tema zombi: fino ad allora film sugli zombi ne erano usciti a decine (considerando le produzioni indipendenti) e il tema aveva già preso piede nel fumetto. Il film di O’Bannon trattava il tema con una particolare miscela di orrore – vero, con effetti speciali efficaci – e tocchi di comicità. In questo film appare una scena nella quale il cadavere putrefatto di una donna, tornata dalla tomba per effetto di misteriose sostanze chimiche, legata a un tavolo e tenuta ferma, viene interrogata. Come il signor Valdemar, del racconto di Edgard A. Poe (The facts in the Case of Mr. Valdemar), che rispondeva all’ipnotizzatore dopo la sua morte, questa risponde alle domande che le vengono rivolte dagli atterriti testimoni. La sua voce sembra provenire da un luogo lontano (da “oltretomba”) e rivela che la sua situazione è atroce, che soffre terribilmente. In quel momento il comico-burlesco del film scompare e l’atmosfera si fa molto seria. Per inciso, come succederà in quasi tutti gli esempi successivi, “l’apocalisse zombi” si diffonde e diviene inarrestabile. Si ritiene che il film di O’Bannon sia all’origine del sottogenere zom-com (commedia-zombi) continuato da L’alba dei morti dementi (Edgar Wright, 2004) e da serie televisive più recenti come Z Nation (2014-2018) o Santa Clarita Diet (2017-1019). In quest’ultima una moglie e madre si trasforma in una non-morta ma resta presentabile. L’unico problema è che deve uccidere continuamente per sfamarsi e la famiglia – il marito e la figlia — si adeguano e l’aiutano a uccidere e procurarsi cadaveri. Altre serie, dedicate a un pubblico di adolescenti, presentano idee simili ma naturalmente con non-morti adolescenti come I-Zombie (2015-2019), tratta da una serie di fumetti.

Società Z

I morti viventi di Black Summer (2018, in produzione) e Z Nation (un ibrido con spunti di zom-com) sono velocissimi, feroci e gridano, al contrario di quelli “classici”. Nella prima puntata di Z Nation si mostra una ritualità funebre sviluppata dai sopravvissuti all’apocalisse – così viene spesso qualificato “l’evento” – che cantano una canzoncina tenendo in mano candele e luci e poi sparano in testa a una donna agonizzante con le parole “con l’ottavo sacramento affido la tua anima alla pace eterna. Ti concedo la grazia”. Se anche l’intento di queste serie è la critica sociale (talvolta questo viene detto), come a dire che siamo diventati tutti famelici consumatori, in realtà esse operano più sul modo di gestire la morte poiché come esempi di critica sociale non funzionano più almeno dagli anni Ottanta.

Tutte queste serie mostrano un’impressionante serie di analogie: la pandemia veloce e inarrestabile, spesso l’allusione a piani oscuri di qualche elemento del governo che ha pensato di depopolare la Terra – queste allusioni si basano su suggestioni che girano effettivamente sui canali informativi –, la veloce sparizione di ogni traccia di sentimento religioso. S’inseriscono in un più vasto campo di narrazioni apocalittiche o post-apocalittiche dove si raccontano gli effetti di catastrofi globali, siano queste causate dall’uomo o da asteroidi o da altri eventi di portata globale. Non infrequenti poi sono i film nei quali virus pandemici simili a quelli delle febbri emorragiche infettano gli umani trasformandoli in mostri assetati di sangue impossibili da curare: “esteticamente” sono in tutto e per tutto zombie, soltanto che non sono morti. Perlomeno non sono tecnicamente morti ma è come se lo fossero: mostrano una forza sovrumana, sono immuni al dolore e difficili da uccidere. Così come succede all’umanità disumanizzata di 28 Days later (2002) di Danny Boyle e in 28 Weeks later (2007) di Juan Carlos Fresnadillo o The Crazies (2010). Questi, dal punto di vista estetico e di struttura della trama sono in tutto e per tutto simili ai film e alle serie nate dall’archetipo di Romero.

[Leggi la prima parte]

[Leggi la terza parte]

Mario Arturo Iannaccone

Mario Arturo Iannaccone si è laureato in Lettere all’Università degli Studi di Milano, specializzandosi in Storia del Rinascimento. È romanziere e saggista. Insegna Scrittura Creativa all’Accademia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia. Ricercatore storico e studioso di storia dell’immaginario e delle idee, ha pubblicato molti libri e centinaia di articoli, collaborando con mensili, settimanali e quotidiani.

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