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La mummia dell’apostolo: Gorini il pitagorico e il corpo di Giuseppe Mazzini (3)

Gorini, imbalsamatore, mummificatore-pietrificatore era anche un luminare dell’incenerizione. Gli stessi personaggi coinvolti nell’embalming movement promuovevano anche la pratica dell’incenerizione e non soltanto per motivi igienici. A proposito di questo aspetto ci illumina, ma parzialmente, Marco Novarino:

 

Se l’input per la diffusione dell’idea cremazionista venne principalmente dalla Massoneria milanese e in particolare da Gaetano Pini e Malachia del Cristoforis, l’intero progetto fu subito accolto dai vertici nazionali che cooperarono sin dal 1877 allo sviluppo dell’associazionismo cremazionista (…) Lo stretto vincolo cremazione-Massoneria fu reso possibile da tre fattori principali. Il primo di carattere generale si può individuare nell’intento critico-ideologico, portato avanti dalla Massoneria nei paesi latini, di laicizzare la società oltre la società civila e anche la scienza (…) In questo filone scientifico-positivista si innestò il secondo fattore che riguarda l’aspetto medico-igienico (…) Il terzo fattore riguarda il ruolo e in certi casi l’uso strumentale che la cremazione assunse nello scontro frontale che contrappose la Massoneria e la chiesa cattolica proprio nel periodo in cui il progetto cremazionista si sviluppò in Italia (Novarino M., Un massone dimenticato. Gaetano Pini: medico, filantropo e cremazionista, in «Hiram», 2000).

Il fascinum occultista

Frontespizio: Paolo Gorini, “La pietrificazione dei morti”

Un altro motivo da considerare seriamente, oltre a quelli indicati da Novarino, era la credenza che l’incenerizione favorisca il distacco dell’anima e la sua successiva reincarnazione. Accanto alla tradizione della massoneria razionalista, prevalente dal punto di vista numerico e forse culturale, si svilupparono correnti misteriche della stessa, all’origine dell’idea stessa di esoterismo. Si tratta di una tradizione legata al fascinum occultista, alla riproposizione della morale classica, della filosogia pitagorica, del fascino per l’Egitto.
Particolarmente importante in Italia fu la riscoperta del pitagorismo che si voleva legato alla cosiddetta «Tradizione Iniziatica Occidentale». Ora, la corrente culturale «pitagorica» attiva all’interno della Massoneria, soprattutto nel meridione (si pensi a personaggi come Raimondo di Sangro) preferiva che il corpo fosse destinato all’incenerizione mentre quella egiziana poteva all’occorrenza praticare l’imbalsamazione o la mummificazione, per ragioni che ancora una volta erano legate a credenze di tipo misterico. Si pensava infatti che imbalsamazione e mummificazione potevano favorire la proiezione di influssi spirituali sul mondo dei vivi da parte di grandi personaggi morti. Da un certo punto di vista questa convinzione si collocava vicino alla valorizzazione cattolica delle reliquie dei santi, anche se le spiegazioni di ordine teologico che venivano proposte erano del tutto diverse. Bisogna trovare tracce di questa cultura, spesso nascosta, nel gruppo di uomini che gestì la mummificazione di Mazzini.

Apparentemente, questa cultura è assente in Bertani. Costui gloriava Gorini, eroe nazionale capace di preparare mummie non con l’«artifizio degli egizi» ma ricorrendo alla «nuova scienza italiana» e ai suoi avanzati procedimenti fisico-chimici. Grazie a lui, il corpo di Mazzini sottratto alla chimica, alla vicenda della natura, sarebbe stato di eterna ispirazione per generazioni future. Queste parole sembrano ispirare un culto civile, materialista e positivo legato al ricordo dei migliori, non dissimile da quello che Ugo Foscolo aveva cantato nei Sepolcri. Bisogna però verificare se, nascosta sotto a questa concezione materialista, non si nascondessero convinzioni di tutt’altra natura, magari non facilmente confessabili nei proclami civili, negli articoli di giornale e nei discorsi pubblici.

Fare gli Italiani…

Cremato Gorini «nel medesimo forno crematorio di Lodi ch’egli aveva disegnato (architettura massonicamente qualificata questo primo tempio crematorio italiano, con la coppia di colonne ai lati d’ingresso)», la conferma che una doppia tradizione igienista radicale (cremazionista, poco interessata al valore didattico dell’urna) e pietrificatrice-imbalsamatrice (interessata al valore simbolico della mummia) fu confermata alla morte di Giuseppe Garibaldi, che aveva tramesso al medico amico e massone Giovanni Battista Prandina di essere bruciato – non cremato («Bruciato, non cremato. In quei forni che chiamano crematori non ci voglio andare», Isastia A. M., «La Massoneria e il progetto di “fare gli italiani”» in Conti F. – Isastia A. M. – Tarozzi F., La morte laica, I, Storia della cremazione in Italia (1880-1920), Paravia, Toorino 1998, p. 128) sopra un pira di legna di fronte alla sua casa a Caprera. Garibaldi aveva chiesto di essere cremato su una catasta di legna di due metri composta da «legna d’agaccio lentisco mirto e altra legna aromatica» ma per ragion di opportunità politica si preferì imbalsamarlo. Persino Gaetano Pini, uno dei leader del movimento cremazionista, si recò a Caprera, assieme al ministro Crispi, quando però i giochi erano già fatti. Fu suscitato così lo sdegno di Carducci (Carducci, nell’orazione funebre, lo paragonò agli eroi dei tempi omerici che meritavano il fuoco: «dimani o poco di poi le molecole che furono il corpo dell’eroe andranno disperse nell’aure, tendendo a ricongiungersi con il Sole, di cui egli fu su questa terra italiana la più benefiuca e splendida emanazione. Oh, i venti portino attorno gli atomi della trasfortmazione, er questi rifacciano i vivi!» cit. in Gestri L., Le ceneri di Piosa; Storia della cremazione. L’associazionismo laico nella lotta per l’igiene e la sanità (1882-1939), Nistri Lischi, Pisa 2001, p. 20) e di Alberto Rondani che cantò, vibrando di sdegno:

Dovea discioltoin nuvola odorata/ di lentischi, d’acacie e di mentastri/coi venti poregni di vapor salmastri/della luce del sol illuminata,/Salir doveva in candida fumata/ su per l’immensa region degli astri/ la sala, che han cogli acidi e gli empiiastri/ come un egizio re, mummificata (Ibidem, p. 22)..

Luzzatto commenta che «per colmo di paradosso», Pini era il «medico (e massone) maggiormente impegnato nella battaglia cremazionista» (Luzzato S., op. cit., cit., pp. 127-128). Nessun paradosso, come abbiamo visto: Pini era cremazionista e interessato all’imbalsamazione come il suo collega Pallavicino e come Gorini, luminare in entrambe le branche. Nessuna contraddizione, se si ammette che gli atti di questi uomini erano mossi anche da preoccupazioni «spiritualiste». A parte le questioni igieniche, certamente prevalenti per una parte dei cremazionisti, esistevano preoccupazioni di tipo spirituale. Come nelle cerimonie funebri degli antichi Ari, degli indiani o degli eroi romani, l’incenerizione era il modéo migliore per sottrare il corpo alla prigione della vita, e per consentirle di staccarsi e procedere verso regioni più elevate, il Sole come si diceva spesso.

L’uso delle mummie nel gabinetti di meditazione

P. Gorini, il “pietrificatore”

Il Mazzini mummificato in attitudine didattica, con in mano il suo libro, progettato da Bertani porta ad altre considerazioni. La cultura di Bertani era di tipo nuovo; la sua sensibilità non era quella della cultura italiana popolare. Philippe Ariés, sulla base delle migliaia di casi citati nel suo studio sulla cultura della morte in Europa, L’uomo e la morte dal medioevo a oggi, giunge a conclusione che l’Europa cristiana non conosceva la traslazione rituale del morto, né la sua plurima sepoltura, tranne che nel caso di papi, re principi e santi (Ariès P., L’uomo e la morte dal medioevo a oggi, Mondadori, Milano 1994, p. 445; pp. 451-52). Ma soprattutto, non praticava l’artificio della sua eternizzazione materiale. Certo, papi e principi venivano imbalsamati ma questo a causa di esigenze pratiche, i lunghi periodi festivi pubblici che potevano durare settimane o addirittura mesi. In ogni caso non venivano mummificati o pietrificati.
Bertani voleva ottenere l’eternità del corpo dell’eroe che aveva contribuito a fondare un «nuovo ordine». Mentre i santi esposti, come Bernardette Soubiros, sono conservati per un processo naturale o semi-naturale che non si ricercava intenzionalmente. Le mummie esposte nei cimiteri del Sud Italia (per esempio in Sicilia) o del Messico non hanno alcuna pompa: sono una vanitas. Salvo alcune cripte, l’attenzione per la conservazione del corpo dei cari privati e pubblici – al di fuori di ogni esigenza religiosa propriamente detta – è una novità del Settecento e dell’Ottocento, presentatasi pochi decenni prima della morte di Mazzini. Questa nuova esigenza si presentò, in forme oggi impensabili, come la conservazione da parte della principessa Cristina di Belgiojoso (1808-1871), mazziniana, «patriota» e «rivoluzionaria» del corpo del proprio segretario e amante, conservato imbalsamato in casa dentro ad un armadio. La Belgioioso era una «cugina giardiniera» della Carboneria. Aveva avuto contatti con le conventicole misteriosofiche nelle quali si elaboravano forme alternative di preparazione dei corpi morti, con finalità magiche.

Una nuova cultura della morte

Differente il caso di Jeremy Bentham (1748-1832), convinto materialista, sicuro assertore della fine di ogni vita dopo la morte del corpo. Pretese con esplicito legato testamentario di essere conservato ed esposto in pubblico (1832). È poi conosciuto l’uso dei massoni di usare cadaveri imbalsamati nelle loro cerimonie iniziatiche. Quest’ultimo uso si diffuse alla fine del Settecento:

Si arriva a capire che i massoni non provassero più ripugnanza nelle loro cerimonie iniziatiche a utilizzare cadaveri imbalsamati. Sappiamo dallo studio di M. Vovelle su Joseph Sec, che il corpo di Anicet Martel che uccide nel 1791 M. D’Albertes, era stato sottratto (…) e preparato per servire ai riti di una loggia massonica di Aix. Al museo Arbaud, di Aix-en-Provence, si può anche vedere un gesso dello scultore provenzale A-J. Chastel che, col realismo di un calco, “rappresenta l’istantanea della morte” (M. Vovelle) di un carpentiere a seguito di una rissa fra compagni di lavoro nei cantieri dello stesso J. Sec, impresario edile e massone (…). Ora, ancora nel 1873, in un antico padiglione di J. Sec, c’era un sedile di noce, “una specia di bizzarro compromesso tra il sofà e il sarcofago”. Se si sollevava il coperchio e si tirava giù uno dei lati più lunghi del basamento, si scopriva la statua di Chastel, dipinta realisticamente (…) Secondo M. Vovelle si tratta di un “accessorio del gabinetto di una loggia massonica, destinato alla meditazione, elemento delle prove di meditazione” (Ariès P., op. cit., pp. 604-605).

Ritratto di Agostino Bertani

Insomma la nuova cultura, espressa dall’Illuminismo, non era affatto aliena da queste espressioni macabre che si vorrebbero retaggio soltanto della superstizione, ma ad esse attribuiva un valore diverso. Si prenda, per dare un altro esempio, il progetto presentato durante il Direttorio, dall’architetto del Palazzo di Giustizia, Pierre Giraud. Giraud mise a punto (o immaginò senza mai tentare di metterla in pratica) una tecnica per «vetrificare i morti» che abbisognava di un recinto con un portico di colonne di vetro attorno ad una piramide centrale nel cui basamento era ospitato un forno crematorio. Con lascivia caustica di saponai l’ingegnoso Giraud si proponeva di produrre un vetro che avrebbe potuto essere modellato a piacere, anche con le fattezze dei defunti. Nel cuore dell’Illuminismo si originano dunque i primi moti di ben altre saponificazioni le cui leggende circoleranno oltre un secolo e mezzo più tardi in relazione ad un altra manifestazione dello gnosticismo rivoluzionario, il Nazismo.

Superstizoni laiche

Quando Lemmi, istigato da Bertani, finanziò il tentativo di fare di Mazzini una mummia, l’uso del cadavere sottoposto a processi di conservazione e eternizzazione era dunque conosciuto alla cultura e alla pratica massonica da almeno un secolo. Il che ci fa dire che non c’è alcun bisogno di richiamare la “superstizione” cattolica ancora dormiente nella mente del Bertani o di altri suoi fratelli per giustificare l’intervento del Gorini. Sappiamo che sin dall’inizio lo scopo di Bertani non era di preparare la salma per la sola cerimonialità funeraria della religione civile ma per qualcosa di molto più ambizioso, un’ostensione perpetua di Mazzini, rappresentato come se fosse vivente, mentre tiene in mano un libro. Queste considerazioni dimostrano che non è possibile nemmeno limitare il progetto di spettacolarizzazione funeraria di Mazzini ad un’invenzione «opportunistica» di Bertani mossa da sole motivazioni di carattere politico. E ancora meno all’intenzione di placare l’ansia delle masse superstizione. La mummia didattica, anzi, richiamava ad una lunga storia, una storia sviluppatasi tutta all’ombra delle logge e dei gabinetti di meditazione, non certo nelle chiese della «superstizione cattolica» dove i morti, mummificati o scheletriti, sono mostrati come morti, dormienti, in attesa della resurrezione della carne, e mai come vivi. E bisognerà esplorare allora i significati di questa serie di eventi per vedere se Bertani, medico razionalista, non coltivasse altri pensieri.

Continua…

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Bibliografia

  • De Mattei R., Le società segrete nella rivoluzione italiana, in AA.VV La Rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento, cur. Viglione M..
  • Luzzato S., La mummia della repubblica. Storia di Mazzini imbalsamato, Rizzoli, Milano 2001.
  • Comba A., La cifra massonica del carbonaro Mazzini, giugno, «Hiram», 1990.
  • Gatto Trocchi C., Il risorgimento esoterico. Storia esoterica d’Italia da Mazzini ai giorni nostri, Mondadori, Milano 1996.
  • Bertani A., Lettera alla consociazione degli Operai di genova, in White Mario J., Agostino Bertani e i suoi tempi, vil. II, cap. XXI.
  • Ricci G., Il principe e la morte, Il Mulino, Bologna 1998, pp. 67-68.
  • Ariès P., L’uomo e la morte dal medioevo a oggi, Mondadori, Milano 1994.
  • Gestri L., Le ceneri di Piosa; Storia della cremazione. L’associazionismo laico nella lotta per l’igiene e la sanità (1882-1939), Nistri Lischi, Pisa 2001.
  • Novarino M., Un massone dimenticato. Gaetano Pini: medico, filantropo e cremazionista, in «Hiram», 2000.

Mario Arturo Iannaccone

Mario Arturo Iannaccone si è laureato in Lettere all’Università degli Studi di Milano, specializzandosi in Storia del Rinascimento. È romanziere e saggista. Insegna Scrittura Creativa all’Accademia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia. Ricercatore storico e studioso di storia dell’immaginario e delle idee, ha pubblicato molti libri e centinaia di articoli, collaborando con mensili, settimanali e quotidiani.

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