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La rinascita del Conte di Montecristo

“Sino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, l’intera saggezza umana risiederà in queste due parole: attendere e sperare!”. Queste sono le ultime parole che Edmond Dantès consegna a Morrel in chiusura de Il conte di Montecristo prima di partire con l’amata Haydée, figlia del pascià di Giannina, oltre la linea blu del Mediterraneo. Per arrivare a questa saggezza si è perduto cento volte: è stato tradito, ha languito quattordici anni in un sotterraneo affidandosi all’abate Faria, ha attraversato tutti i mari, è passato attraverso dieci travestimenti, ha fatto molto bene e provocato anche la morte degli innocenti. Leggere Il conte di Montecristo in giovane età è come passare lo specchio di Alice.

Una nuova edizione

Si diventa per sempre cittadini dei mondi romanzeschi, dell’avventura sconfinata; una sensazione che resta sospesa come un vapore anche quando alziamo gli occhi dal libro. Eppure quest’opera è stata a lungo considerata popolare, scadente, un divertimento volgare. Nella nostra lingua ha circolato per un secolo e più nella traduzione di Emilio Franceschini, continuamente ristampata e continuamente esaurita. Finalmente, si deve all’editore Donzelli e alla curatrice Gaia Panfili la nuova e bella traduzione de Il conte di Montecristo (Donzelli, pp. LXXI,1124 € 32,00), uscita da qualche anno.

L’edizione, condotta sul testo critico, è corredata da una lunga e succosa prefazione, un dizionario dei personaggi, un dizionario delle persone e dei personaggi citati nel romanzo e persino un indice dei luoghi. Romanzo nel romanzo sono le vicende della composizione raccontata da Claude Schopp in apertura del volume – come la panna sulla torta di cioccolato. Dumas lo scrisse in pochi mesi in una stanzetta della sua casa parigina tra il 1844 e il 1845, dove si rinchiudeva tutto il giorno, senza bisogno di uscire all’aria aperta perché quel romanzo gli dava tutta l’aria, il sole, l’avventura, la vita di cui aveva bisogno.

Una rinascita formidabile

Il Castello D’If, oggi museo, prigione letteraria del Conte di Montecristo.

Vi leggiamo che il fido Auguste Marquet lo consigliò, strutturò parte della trama, schizzò pagine che poi Dumas riprendeva riscrivendole daccapo con la sua prodigiosa facilità di penna, incupendo o alleggerendo i colori, complicando l’intreccio, aumentando il mistero e approfondendo quello che si rivelò il tema fondamentale dell’opera: cosa fare della propria libertà. Quando l’abate Faria consegna a Dantès la mappa d’un tesoro immenso e si dilunga a spiegare tutto il bene che quei soldi potrebbero fare, lui “si rabbuiava in volto, giacché vedeva riaffacciarglisi alla mente il giuramento di vendetta che aveva prestato, e pensava viceversa a quello che un uomo poteva fare a danno dei propri nemici”. Libero, rinato, non segue gli insegnamenti dell’uomo che gli ha dato tutta la libertà e un’immensa ricchezza ma consuma la sua vendetta fino in fondo non prima di pentirsi, profondamente. Quando comincia la sua espiazione, il lettore si sente appagato. Eppure, con Morrel, si rammarica di non poter seguire quell’uomo formidabile oltre la linea blu dell’orizzonte dove già scende la sua candida vela “grande come l’ala di una gavina”.

Mario Arturo Iannaccone

Mario Arturo Iannaccone si è laureato in Lettere all’Università degli Studi di Milano, specializzandosi in Storia del Rinascimento. È romanziere e saggista. Insegna Scrittura Creativa all’Accademia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia. Ricercatore storico e studioso di storia dell’immaginario e delle idee, ha pubblicato molti libri e centinaia di articoli, collaborando con mensili, settimanali e quotidiani.

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